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Baresità e cannabis navale: una storia Mediterranea

Baresità e cannabis navale: una storia Mediterranea
21 Maggio 2021 Copy

“Facciamo viaggiare sulle navi chi non sopporta più il peso della vita, chi non vede ragione per tirare avanti, chi si sente soffocare, e risparmieremo quintali di pasticche” – Tiziano Terzani

Che la fibra di canapa sia stata una manna per l’uomo antico si sapeva già. Si ipotizza che persino l’addomesticamento dei cavalli sia avvenuto grazie alle corde di canapa degli Sciti. Troviamo fibre di canapa tutt’ora nei sistemi di impermeabilizzazione di vecchie tubature. Si usa ancora la fibra di canapa a scopo tessile. Sappiamo di antiche capanne e case costruite nel Medioevo con mattoni e calce di canapa, così come adesso si sta riscoprendo la bioedilizia di canapa

  Pochi però si ricordano anche che la canapa è parte integrante di una tradizione marinaresca antichissima! Se a Bari si cammina dal lungomare Nazario Sauro sino al porto, è raro ma si può trovare l’ultimo baluardo di un mestiere antico, tanto antico da non poter essere rintracciato nelle sue origini nella storia. Parliamo dei calafatàre, gli addetti al calafataggio, l’impermeabilizzazione manuale delle barche.

Antichi strumenti da calafataggio. Notare in alto a destra la stoppa di canapa.

La fibra di cannabis nel calafataggio

  La parola calafataggio è antica e le sue origini ed inflessioni sono contese tra popoli diversi. Si pensa ad una triplice origine: καλαφατεω, dal Greco Bizantino e qalfata dall’Arabo significano genericamente “riscaldare”, come anche il Francese calfater. Questa congiunzione di significati è indicativa della tecnica stessa, dall’Enciclopedia Treccani: “Riscaldata … la parte della nave da calafatare, s’introduce nelle fessure della stoppa incatramata … quindi sui comenti così ristoppati si fa scorrere del catrame bollente…”.

  È piuttosto importante notare che per questo processo la stoppa più efficace che veniva utilizzata era quella ricavata dalle piante di canapa. Importante non solo al fine di raccontare qualcosa di nuovo semplicemente perché c’è una forma di cannabis in mezzo, ma anche perché c’è dell’altro. Sappiamo che nel XIII secolo in Italia c’erano vastissime coltivazioni di canapa. Sappiamo anche che le successive Repubbliche Marinare vennero potenziate enormemente dalla produttività Italica della canapa

Solo fibra con tutti quegli scambi marittimi?

  Sappiamo anche, però, che forse in Italia non era del tutto sconosciuta qualche varietà psicoattiva della cannabis. Sicuramente le narrazioni da parte di Marco Polo del Veglio della Montagna, cioè del leggendario capo degli Hashishin Hassan ibn-Sabbah, hanno creato un certo immaginario intorno all’hashish. Vediamo citata questa storia in una novella estremamente divertente del Decameron di Boccaccio, ad esempio. Qui un monaco si diverte facendo credere ad un cavaliere, Ferondo, ed ai suoi parenti che fosse morto. Questo dopo avergli dato semplicemente una preparazione troppo forte di cannabis che lo portò al “collasso”. Il papa Giovanni XXI, l’unico papa medico ed amico dei Templari, inserì le “canape” tra le formule mediche del suo Thesaurus pauperum, in particolare contro il cancro

Parigi, Bibliothèque de l’Arsenal, 5070, f. 128r. Il copista del manoscritto è Guillebert de Mets. L’abate consegna alla moglie di Ferondo un anello durante la confessione; l’abate usa un randello per fustigare Ferondo, facendogli credere di essere in Purgatorio. (fonte www.enteboccaccio.it)

  Tuttavia, tracce di antichi medici del calibro di Ippocrate, Galeno e Dioscoride ci permettono di capire che questa era una visione popolare di una sostanza che i medici conoscevano da tempo. Dall’Egitto, l’oltremare misterioso per eccellenza per l’antichità Mediterranea, arrivavano molte medicine e spezie. Una di queste era qualche preparazione derivata dalla cannabis. Lo sappiamo perché tracce di coltivazione in Grecia antica non se ne hanno, ma medici e storici dell’età classica ed ellenica che ne parlano abbondano. Anche a Pompei furono trovate tracce di speciali vini in cui veniva fatta infondere la cannabis, segno che si voleva effettivamente estrarre delle proprietà e non semplicemente usare una fibra. 

I Saracini e la Puglia

  Sembra che però durante il Medioevo più alto, fino circa al 1200, in Europa si era persa la tradizione cannabica meno legata alle fibre – e più legata alle cime. Abbiamo parlato di papa Giovanni XXI e della sua amicizia con i Templari. Sembra che questi avessero stabilizzato un lungo rapporto di collaborazione con la setta Ismaelita degli Hashishin.

  Trattandosi di mistici e guerriglieri Islamici, una loro influenza ed una loro preparazione non poteva essere vista di buon occhio dalla Chiesa Cattolica durante le Crociate ed immediatamente dopo. Tuttavia, finché il papa in questione non morì e non fu insozzato dalle accuse di essere stato un “negromante”, è molto probabile che l’uso di infiorescenze di cannabis a scopo medicinale fu reintrodotto in Europa proprio dai Templari. Se così fosse, dovremmo ricordare che a Molfetta c’era un ospedale dove dei monaci si occupavano di curare proprio i Templari!

Una delle innumerevoli “Torri Saracine” delle coste Pugliesi.

  Come vedremo nel prossimo paragrafo, ci sono tracce che ci indicano come i Templari si facessero crescere la ganja dai più esperti Saracini. Non è affatto da escludere che oltre alla parola dialettale calafatàre, dal Medioriente fosse arrivata in Puglia proprio la varietà resinosa degli Arabi. Non dobbiamo poi dimenticare la deportazione dei Saraceni di Sicilia in Puglia, a Lucera!

Alcune citazioni storiche

  Comunque sia, sappiamo bene come i Saraceni avessero accordi con i Templari di scambio di tributi per protezione in terra Spagnola e fuori. In una dichiarazione sulla “Colonizzazione da parte degli Insediamenti Moreschi a Villastar (1267) leggiamo che il pagamento ai Templari consisteva in “il frumento, il vino, la canapa [dal Latino canabi], il lino…”.

  Se in territorio Italico noi eravamo noti per la lavorazione industriale della cannabis, i Saraceni erano noti per la loro lunga storia di coltivazione di varietà resinose. Sembra che a Toledo infatti fosse ampiamente disponibile l’hashish. Ma non dobbiamo dimenticare che la Puglia è stata molte e molte volte attaccata ma anche colonizzata dai Saraceni nel corso della Storia!

“Telone del sipario del «Politeama Petruzzelli», dipinto dal famoso pittore barese Raffaele Armenise (Bari 1852-Milano 1925) raffigurante la fase conclusiva della liberazione di Bari dai Saraceni” (fonte www.acam.com)

  Dopotutto moltissimo del dialetto Barese deriva direttamente dall’Arabo. Inoltre troviamo anche una dichiarazione Templare di “giurisdizione e Sovranità sullo zafferano“. Qui ogni “casa dei 30 Saraceni stabiliti lì dovrà avere una volta al mese un lavoratore per lo zafferano” (Barber & Bate, 2002).

  Cosa importante, nel mondo Islamico la parola zafferano la si usava in termini dialettali per definire “un pezzo color arancio di hashish, zafferano e spezie” (Abel, 1980). Se poi vogliamo dirla tutta, il Rabbi Immanuel Löw, nel 1924 fa riferimento ad una ricetta Ebraica in cui si miscelava vino con zafferano, gomma Arabica ed hasisat surur. Di quest’ultimo ingrediente sostiene “io conosco ‘surur’ unicamente come un alias per la resina della Cannabis sativa” (Löw, 1924).

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Bhe non è difficile immaginare come un hash come questo potesse essere chiamato tranquillamente “zafferano”.

A proposito di “costruttori”

  Bisogna anche considerare i documenti dell’inventario dei possedimenti Templari sequestrati dalla Chiesa.  Qui si indica la canapa come qualcosa di a sé stante rispetto a vestiti e tessuti e fibre. Ma purtroppo non è specificato niente altro sulla natura di quella cannabis. Un documento invece che collega Bari, gli Arabi, la Francia e forse i Templari è costituito invece dal Portfolio di Honnecourt

  Questo era presumibilmente un taccuino o un quaderno di lavoro di un Massone Francese ante litteram, che era anche costruttore di mestiere! Il contenuto della maggior parte dei disegni è pregno di simbolismi sacri e per lo più privo di testo. Vediamo rappresentazioni estremamente suggestive, per chi legge della cannabis, del Green Man della mitologia Celtica. 

Alcune versioni del GreenMan negli schizzi di Villard de Honnecourt.

Vediamo però anche che l’unica pagina interamente di testo, alla fine del Portfolio, riporta a chiare lettere una ricetta di un vino infuso di cannabis! Considerando che si data il Portfolio al 1230 si tratta di un documento davvero particolare. Date un occhio allora a questi hash, mentre magari vi bevete una birra “sudata” su di un molo di “N-derr’a la lanze”. Ricordate soprattutto che quei moli erano il cantiere a cielo aperto dei calafatàreSe siete fortunati, potreste ancora sentire il suono caratteristico della “mazzuola” di un maestro d’ascia che ripara con la canapa il gozzo, in dialetto Barese “la lanze”, di una barchetta. 

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