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Uso prolungato di cannabis e Neurochimica

Uso prolungato di cannabis e Neurochimica
5 Giugno 2021 Copy

“La scienza contemporanea si regge su entità sottilissime, come i messaggi del Dna, gli impulsi dei neuroni, i quark, i bit senza peso.” – Italo Calvino

  Non è un lamento questo di Calvino. È il sinonimo di aver cominciato a raschiare la superficie dell’enorme complessità di quell’intero universo che è la chimica del cervello. Anche la cannabis ha avuto un suo ruolo nel raschiare questa superficie. La scoperta del recettore cannabinoide e del suo ligando endogeno Anandamide rivoluzionò le concezioni precedenti sui meccanismi d’azione della cannabis. Ma chiaramente questo ha portato anche a conoscere un po’ meglio il cervello in generale.

Ci sono anche studi che dimostrano che i cannabinoidi hanno un effetto sulla concentrazione, sul turnover e sul rilascio di altre sostanze endogene, oltre che l’anandamide.[1] Parliamo di interazioni tra i cannabinoidi e sistemi recettori di neurotrasmettitori, come norepinefrina, dopamina, serotonina, acetilcolina, GABA, istamina, peptidi oppioidi e prostaglandine. I risultati degli studi suggeriscono che tutte queste sostanze abbiano qualche ruolo nella neurofarmacologia dei cannabinoidi.

  Sebbene esistano rapporti che parlano di perturbazioni dei neurotrasmettitori in vitro, sono state fatte relativamente poche ricerche su quello che è l’effetto di una esposizione a lungo termine. 

Sperimentazione su più modelli

  Chiaramente, prima di esporre i risultati di ricerche sul modello animale, specificherò delle cose. Il modello animale è un sistema che permette di fare paragoni fisiologici tra specie simili. A seconda di cosa si stia osservando, può essere un modello efficace il ratto, oppure un altro animale. Per quanto riguarda la neurofisiologia dell’esposizione prolungata alla cannabis, la scimmia ha dato risultati più paragonabili all’uomo.

  Non è una cosa scontata, visto che nella ricerca di moltissimi altri aspetti il ratto è un modello più che valido. Ad esempio negli studi in cui è stata somministrata in periodo prenatale, nei ratti, ha prodotto una diminuzione significativa di RNA, DNA, concentrazione di proteine, dopamina e norepinefrina.[2] E infatti anche studi più recenti confermano che è meglio lasciar perdere la cannabis durante la gravidanza

  Ma riguardo l’uso prolungato? In questo caso il ratto ha presentato dei comportamenti non riscontrati nell’uso umano. I ratti di uno studio del 1976 mostrarono un salto verticale involontario [3] ed un aumento di RNA nel liquido cerebellare. Si tratta di una condizione non prevista in quanto mai riscontrata nell’uomo. Naturalmente lo studio venne preso in prestito dalla propaganda omettendo quest’ultimo particolare. Gli studi più recenti che sembrano tracciare meglio le dinamiche neurochimiche della cannabis sono prevalentemente sulla scimmia.

  Peccato che i primi esperimenti, quelli del Dr. Heath furono condotti molto male. Si sarebbero scoperte cose interessanti. Heath invece sostenne che il fumo di cannabis uccidesse le cellule cerebrali. Ma queste morivano perché le scimmie stavano letteralmente soffocando ed erano state deprivate dell’ossigeno per ben 5 minuti. Facile fare propaganda proibizionista così, no?

Prove recenti

  Le ricerche più recenti ci dicono che, se ve ne siano alcuni, sono scarsi gli effetti irreversibili del THC sulla chimica del cervello. Nel 1991, Newport e team esaminarono le interazioni tra i neurotrasmettitori che abbiamo prima nominato ed i loro recettori, sia nel ratto che nella scimmia. Non sono stati riscontrati cambiamenti irreversibili nei ratti trattati cronicamente con THC. Le scimmie esposte a trattamenti cronici con il fumo di marijuana per un anno, sacrificate dopo sette mesi dall’interruzione di questi, non mostrarono alcuna differenza nelle concentrazioni dei neurotrasmettitori. [4] 

  Nel 1992, Slikker ed il suo team, citando la stessa serie di studi, notarono che non c’erano differenze tra i valori sanguigni in soggetti a placebo, a basso dosaggio o ad alto dosaggio. La salute generale dei macachi non era stata minimamente intaccata. [5]

  Nel 1994 apparve uno studio comparato dei livelli di monoammine nel fluido cerebrospinale di un piccolo gruppo di fumatori di cannabis. Non trovarono alcuna differenza tra i gruppi di fumatori e di non fumatori. Specificatamente si esaminarono i livelli di acido omovanillico, acido 5-idrossiindolacetico, 3-metossi-4-idrossifenilglicolo, ormone ACTH o fattore di rilascio della corticotropina. [6] 

Dove si rivolge la ricerca

  Gli autori dell’ultimo studio esposto proposero delle differenti spiegazioni a questi risultati:

  1. L’uso della cannabis non ha alcun effetto cronico sui livelli delle monoammine del cervello;
  2. Gli utilizzatori di cannabis hanno livelli anormali di monoammine cerebrali che sono stati normalizzati da lunghi periodi di tempo di uso della cannabis;
  3. Gli utilizzatori della cannabis hanno livelli normali di monoammine cerebrali che vengono alterate momentaneamente attraverso l’uso di cannabis, e poi tornano normali poco dopo.

  Nonostante sia un periodo di enorme avanzamento della ricerca riguardante gli effetti sulla salute dell’uso di cannabis, non ci sono ancora dati sufficienti per dare una risposta precisa, scegliendo da queste tre. Una ricerca del 2017 sui ratti, però, ha fornito dei dati davvero molto interessanti. Sembra che la cannabis effettivamente influenzi momentaneamente i livelli di alcuni neurotrasmettitori. Il punto interessante è che la caffeina sembra avere un effetto assai più drastico sui cervelli di giovani ratti[7]

  È sempre più chiaro che l’azione della cannabis sul cervello sia davvero difficile da tracciare, ma d’altro canto è anche vero che le prove di quanto sia molto meno dannosa rispetto a sostanze che utilizziamo incondizionatamente tutti i giorni sono sempre più schiaccianti. E la ricerca non va né in direzione della propaganda proibizionista né della divulgazione antiproibizionista. La ricerca va verso i fatti, e i fatti sono che, come la World Health Organization ha espressamente dichiarato, la cannabis non è una sostanza pericolosa.

Bibliografia:

[1] Cannabis and cannabinoids: pharmacology and rationale for clinical use di RG Pertwee, 1999

[2] Effects of prenatal exposure to cannabinoids di EL Abel, 1985

[3] Cerebral and cerebellar neurochemical changes and behavioral manifestations in rats chronically exposed to marijuana smoke di Luthra, Rosenkratz e Baude, 1976

[4] Chronic marijuana smoke exposure in the rhesus monkey, SF Ali, 1991

[5] Chronic marijuana smoke exposure in the rhesus monkey, MG Paule, 1992

[6] Cerebrospinal fluid study of cannabinoid users and normal control subjects, Musselman, Haden, 1994

[7] Caffeine and Cannabis Effects on Vital Neurotransmitters and Enzymes in the Brain Tissue of Juvenile Experimental Rats, Owolabi, 2017

 

 

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